Monthly Archive: Aprile 2026

EDUCAZIONE AL DIGITALE: laboratori nelle scuole primarie (a cura di: Dott.ssa Sonia Marengo)

Per il quarto anno consecutivo, si è sviluppato il progetto ALPASApplicare La Pedagogia Alla Scuola – che prevede la collaborazione dell’URS – Ufficio Regionale Scolastico e dell’ANPE – Associazione Nazionale Pedagogisti, invitando la figura del pedagogista nelle scuole di ogni ordine e grado, in vari ambiti quali formazione, sportello di ascolto e attività laboratoriali.

Nell’edizione 2025-2026 ho svolto un’attività laboratoriale su nove classi quinte di scuole primarie di Genova e Bordighera coinvolgendo più di 150 studenti. L’intervento si è focalizzato sull’educazione ad un uso corretto e responsabile degli schermi e sui rischi legati alla salute e all’esposizione online dei minori. L’intervento è stato calibrato su bambini di 10 anni ed è stata scelta proprio questa fascia d’età perché i ragazzini si trovano in un momento delicato di passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado, avranno più accesso ai dispositivi tecnologici ed è importante iniziare a fare educazione al digitale per regalare loro piccole perle di autoconsapevolezza, autoregolazione e informazioni che possono loro venire utili in futuro.

Sia gli alunni che le insegnanti si sono dimostrati interessati all’argomento e collaborativi. Per rispettare i tempi di attenzione dei bambini e non appesantire troppo l’intervento, questo è stato strutturato alternando momenti di spiegazione a momenti di dialogo e scambi di esperienze a momenti pratici in cui erano i bambini i protagonisti delle attività.

La reciproca presentazione fra pedagogista e alunni è stata fatta scrivendo ognuno il proprio nome su un cartoncino pieghevole, come piccoli partecipanti ad un importante convegno, successivamente decorato con emoticon adesive che richiamavano il loro stato d’animo e il loro sentire. È importante dare un rimando positivo a ciascuno sulla loro prima attività per entrare in sintonia e conoscere qualche piccolo aspetto in più di loro stessi, delle loro emozioni, gusti e quotidianità.

Dopo questo lavoro introduttivo, ho somministrato ai bambini un breve questionario sulle abitudini all’uso degli schermi, a cui gli alunni hanno risposto con entusiasmo a voce o per alzata di mano.

Qui di seguito è riportato uno schema riassuntivo con le domande fatte, il numero di bambini che ha risposto in maniera affermativa a ciascuna domanda e la percentuale di risposte affermative sul totale dei bambini intervistati.

DOMANDE N. BAMBINI PERCENTUALE
Quanti bambini hanno un proprio cellulare? 72 47,4%
Quanti bambini usano un tablet? 94 61,8%
Quanti bambini hanno una Nintendo switch o altri dispositivi di gioco? 110 72,4%
Quanti bambini giocano tutti i pomeriggi ai videogiochi? 35 23%
Quanti bambini giocano 3-4 giorni a settimana ai videogiochi? 80 52,6%
Qual è il vostro videogioco preferito? Roblox, Fortnite, Brawl stars, Fifa, Minecraft PEGI ! (Parental guidance recommended),  PEGI 12, PEGI 7, PEGI 3, PEGI 7
Quanti bambini usano dispositivi tecnologici fuori casa? (mentre sono in pizzeria, dal medico, ecc.…) 57 37,5%
Quanti bambini hanno avuto dai genitori delle regole sull’utilizzo degli schermi? 133 87,5%

Da queste risposte si può notare che più del 70% dei bambini ha un tablet o una console in casa che usa per giocare o per navigare sul web e poco meno della metà dei bambini possiede già un proprio cellulare. Si può comprendere che l’uso degli schermi è ampiamente diffuso in questa fascia d’età anche dall’uso quotidiano che ne fanno: più del 50% dei bambini dichiara di utilizzare schermi per giocare 3-4 volte a settimana e più di uno su 3 li utilizza anche fuori casa.

Sebbene la maggior parte degli alunni intervistati dichiari che i genitori abbiano dato loro regole di utilizzo, alcuni videogiochi utilizzati, come Fortnite o Roblox, sono consigliati a giocatori di una fascia di età maggiore o, nel caso di Roblox, viene raccomandato l’uso del gioco supervisionato da un adulto.

Dopo questo breve sondaggio orale, è iniziata la parte di spiegazione sui rischi legati all’uso eccesivo degli schermi e del web, specificando, come prima cosa, che la tecnologia è semplicemente uno strumento nelle nostre mani e dipende da noi l’uso che ne facciamo.

I rischi presentati ai bambini sono stati essenzialmente tre:

    • Rischi legati alla salute, ovvero affaticamento della vista, possibili problemi alla schiena articolazioni a causa di posizioni scorrette, diminuzione dell’attività fisica e conseguente rischio di sovrappeso, difficoltà a prendere sonno la sera a causa di un sovraccarico di immagini e di informazioni che il cervello non riesce ad elaborare e processare velocemente.
    • Rischi legati alla socialità con i pari: l’uso eccesivo di schermi può portare all’isolamento domestico, alla mancanza di voglia di uscire di casa, di vedersi e giocare con i pari in contesti esterni ai videogiochi.
    • Rischi legati all’esposizione e alla condivisione di dati sensibili, come fotografie o video di minori, dati personali come indirizzo di casa, scuola frequentata, ecc… e dati sulla privacy come password o numeri di carte di credito.

Dopo un breve scambio di idee su questi rischi e sulle motivazioni che spingono i genitori a dare loro delle regole, gli alunni hanno iniziato un lavoro di brainstorming a piccoli gruppi, dove ogni gruppo ha creato in autonomia almeno tre regole sull’uso degli schermi, da condividere successivamente con la classe, in modo da redigere un decalogo di regole che tutti si sarebbero impegnati a rispettare.

Dal brainstorming in piccoli gruppi sono nati davvero molti spunti interessanti, provenienti sia dalla loro fantasia che dalla loro capacità di rielaborare le esperienze passate e le regole introiettate. È importante iniziare a stimolare già a questa età un senso di autoregolazione e autoefficacia, che li porterà in futuro ad essere maggiormente consapevoli e responsabili delle proprie azioni.

Purtroppo, i genitori non sempre riescono a controllare in modo costante e assiduo il tempo trascorso sugli schermi e i contenuti ai quali i bambini sono esposti quando navigano in rete. Far ricadere la totale responsabilità e le eventuali mancanze di controllo totalmente su di loro è inutile, insensato e colpevolizzante. Non serve a nessuno fare sentire un genitore in colpa per ciò che non è riuscito a fare. È più educativo e utile, invece, creare un processo di collaborazione fra scuola, famiglie e ragazzi, iniziando a sensibilizzare e a responsabilizzare i bambini fin da piccoli, in modo che diventino preadolescenti e adolescenti più attenti e consapevoli di ciò che possono e non possono fare online, sui social e dei pericoli in cui possono imbattersi, donando loro piccoli strumenti per potersi difendere e non subire passivamente le insidie del web.

Ogni gruppo ha poi presentato e spiegato le proprie regole alla classe, creando talvolta veri e propri momenti di discussione e condivisione delle proprie idee ed esperienze. Alla fine ne è uscito un elenco personalizzato in ogni classe, che poi gli alunni hanno trascritto su un cartellone, dando un proprio titolo. Mentre alcuni alunni scrivevano le regole riassunte alla lavagna, gli altri creavano disegni inerenti agli argomenti trattati, in modo da abbellire il cartellone, che poi è stato appeso in classe.

La parte finale dell’intervento si è concentrata sul racconto della fiaba di “Cappuccetto rosso nel bosco del web” ovvero la storia di Cappuccetto rosso riadattata e ambientata ai giorni nostri. Da secoli le fiabe e le favole sono state raccontate ai bambini e agli adulti con lo scopo di insegnare comportamenti virtuosi o mettere in guardia da possibili pericoli nascosti nel mondo esterno. La fiaba è una narrazione originaria della tradizione popolare e grazie alla sua indeterminatezza di tempo e di luogo, può essere ambientata con successo anche in epoca moderna.

Ad esempio, il bosco può non essere quello reale, in cui oggi di norma i bambini non si inoltrano da soli, ma quello virtuale del web, dove i bambini si addentrano quotidianamente e senza una mappa o la guida di un adulto esperto, posso rischiare di perdersi o di fare brutti incontri.

Il lupo cattivo oggi può essere uno sconosciuto che cerca di adescare i minori in rete con modi gentili, per rubare loro dati sensibili (indirizzo di casa ad esempio) o avvicinarsi a loro utilizzando false identità (come fa il lupo nella fiaba travestendosi da nonnina).

La fiaba è uno strumento familiare ai bambini, che aiuta a comprendere meglio gli insegnamenti, celati da metafore, che vogliamo dare ai ragazzi. Dalla fiaba, attraverso il racconto di esperienze personali di alcuni bambini che hanno avuto incontri spiacevoli o si sono persi nel bosco del web, si è passato a parlare di emozioni, spiegando quali sono le emozioni principali, perché le proviamo e quali emozioni muovono dentro i video visti online, i videogiochi, i messaggi scambiati su WathsApp o altri social, ecc…

L’intervento si è concluso ricordando ai bambini l’importanza di condividere con un adulto esperienze o emozioni che li hanno turbati e non esitare mai a chiedere loro un aiuto o un consiglio o una spiegazione quando sentono dentro che qualcosa non va.

Durate gli interventi in presenza l’insegnamento non è mai unidirezionale, ma a doppio binario: il pedagogista insegna ai bambini, cercando di seminare conoscenze utili e di andare loro incontro con uno sguardo accogliente, mentre loro, grazie alla condivisione sincera delle loro emozioni, idee ed esperienze, riescono a portare l’adulto nel loro mondo di bambini, insegnando sempre qualcosa di nuovo, con semplicità, chiarezza e dolcezza.

Adolescenti e costruzione della propria identità: come sostenerli senza essere invadenti? (a cura di: Dott.ssa Sonia Marengo)

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti: cambia il corpo, cambiano gli amici e i giochi, cambia il modo di pensare, di vestirsi, di comportarsi. E cambia inevitabilmente il modo di stare in relazione, con i pari e con i genitori, soprattutto con i genitori.

Noi adulti e genitori rimaniamo spesso spiazzati da questo cambiamento: fino a ieri avevamo un frugolino/a con le guanciotte che portava rumore e sorrisi in casa e che soprattutto ci voleva sempre con lui/lei, chiedendo allo sfinimento: “giochi con me?”. Ora abbiamo un ragazzino/a che ci guarda con diffidenza, risponde a monosillabi, dice che non capiamo niente, chiude la porta della camera e non ci vuole assolutamente fra i piedi.

Cos’è successo? Come comprendere e cercare di aiutare i nostri figli in questa delicata fase di passaggio, dall’infanzia alla maturità?

Prima di tutto bisogna cercare di capire cosa sta succedendo dentro il corpo e la mente del ragazzo/a che abbiamo di fronte.

L’adolescenza è una terra di mezzo, un luogo dove non si è più bambini, ma non si è ancora l’adulto che si diventerà. E allora la domanda sorge spontanea: “chi sono davvero?” e “chi voglio diventare? Cosa voglio essere?”.

Queste domande portano insieme un senso positivo di curiosità e voglia di esplorazione, ma anche un senso negativo di angoscia e di vuoto.

E mentre sono sdraiati sul divano o sul letto a pensare come grandi filosofi (mentre a noi sembra che non stiano facendo nulla!), trovare la strada può essere veramente difficile, anche per via delle pressioni che arrivano dall’esterno, dai social media alla scuola, dalle aspettative della famiglia a quelle degli amici… tanto che trovare la propria strada può sembrare una “mission impossible”.

Noi genitori, davanti a questo cambiamento rimaniamo un po’ spiazzati, vorremmo aiutarli, suggerendo spesso ciò che è giusto per noi (ma magari non per loro), diventando talvolta invadenti e non lasciando loro il giusto spazio di manovra. A volte ci sentiamo infastiditi dai loro comportamenti escludenti, a volte ci sentiamo inadeguati, senza le giuste risposte e a volte anche preoccupati.

In questi casi bisogna fare un bel respiro e avere semplicemente fiducia in loro. La tela che avevamo dipinto noi per loro nell’infanzia, scegliendo con cura le attività da fare, gli sport, gli amici, i pomeriggi al parco, i vestiti, i giochi, dovrà necessariamente essere squarciata, per dare la possibilità al nuovo adolescente che sta nascendo di dipingere la sua nuova tela, con i suoi colori, le sue passioni, i suoi desideri, anche se saranno diversi dai nostri.

I nostri ragazzi si stanno costruendo la propria identità, esplorando nuovi ruoli, nuovi luoghi reali o immaginati in cui essere, in cui sperimentarsi, testando valori, desideri, aspirazioni, fino a trovare una versione di sé che li rispecchi e li faccia stare bene con se stessi.

Per alcuni di loro sarà più facile tracciare il cammino davanti a sé e capire chi vogliono essere, per altri ci vorranno anni di tentativi e fallimenti, prima di capire cosa veramente funziona per loro, prima di riuscire a sviluppare un’identità solida e autentica.

Inoltre, nel suo cammino di scoperta, l’adolescente deve fare i conti con molteplici influenze esterne, oggi molto pressanti e ingannevoli: i social che mostrano un mondo tanto perfetto quanto finto, gli amici, la scuola e persino il confronto con i modelli di successo che vedono online. Tutto può contribuire a creare un senso di inadeguatezza e insicurezza che lo porta a non sentirsi all’altezza, cercando di conformarsi a standard irrealistici di perfezione.

Infine, il desiderio di senso di appartenenza al gruppo, molte forte in adolescenza, può portarlo ad assumere comportamenti o valori distanti da lui, ma che prova ad indossare ugualmente per non sentirsi un “looser”, un diverso, un escluso.

Come genitori, è importante comprendere questo quadro complesso e come queste influenze esterne possano influire sulla costruzione dell’identità. Quando i nostri figli cercano di “adattarsi” per piacere agli altri o di riflettere immagini ideali che vedono online, è facile per loro perdere di vista chi sono davvero.

Il compito del genitore, quindi, è semplicemente quello di sostegno e guida nel riconoscere le pressioni, le trappole dei social e nel distinguere tra ciò che desiderano veramente e ciò che fanno per compiacere gli altri. Parlare, dialogare, costruire un pensiero critico attraverso domande aperte, dove non esiste una risposta giusta o sbagliata, ma esiste “la mia e la tua risposta e vanno bene entrambe”.

In pedagogia il pensiero è lo strumento operativo applicativo per eccellenza, quello che permette di dialogare con me stesso, di darmi una forma, di sostenermi e pensarmi e ri-pensarmi in chiave educativa e formativa. Un altro strumento sono domande maieutiche, ovvero le domande aperte, quelle dove non c’è una risposta giusta e proprio per questo stimolano il pensiero critico e aprono le porte del cuore, del proprio sentire.

Chiediamo ad esempio cosa pensano del fatto di doversi conformare o no agli altri e alla società, cosa vuol dire essere autentici, essere se stessi, come portare avanti un proprio pensiero, chi vogliono essere, quali sono i loro desideri e come pensano di fare per avverarli.  Queste domande sono piccoli passi verso la costruzione di un’identità solida e vera. Limitiamoci poi ad ascoltare la loro versione, lasciandoli liberi di esprimere i propri sentimenti e le proprie idee, senza giudicare e senza manipolare la conversazione per fa sì che rispondano ciò che vogliamo noi.

È quindi importante per noi genitori:

    • Creare un dialogo aperto e positivo rispettando le idee dei figli. Lasciamo da parte i sermoni e i bei discorsi che non fanno una piega, ma che loro non hanno voglia di sentire perché sono discorsi da adulti, non da adolescente.
    • Dare spazio alle loro scelte anche se non ci piacciono o se noi avremmo fatto in modo diverso
    • Cercare di comprendere e interessarci al loro mondo social: cosa fanno online i ragazzi? Cosa guardano? A cosa giocano? Potremmo scoprire mondi interessanti.
    • Cercare di essere una guida, un faro nella tempesta, una presenza discreta ma costante. Non un amico, non un capo che gli dice quello che deve fare, un genitore con un ruolo educativo solido e chiaro.

Tutto ciò ricordando sempre le sane parole di Winnicot, pediatra e psicanalista britannico: “non è necessario essere un genitore perfetto, basta essere un genitore sufficientemente buono”.